Il tesoretto? Molto limitato e aleatorio...

E' tempo di tornare a parlare un po' di economia! Dopo il cinema, la cultura, l'arte, la letteratura, torniamo alla scienza triste (per la quale a 19 anni abbandonai il mio amore per l' umanesimo ...che ora si prende la rivincita!)
C'e' un aspetto che ritengo vada sottolineato, che pure emerge nell'intervista riportata da Affariitaliani, e che riguarda la progressiva contrazione degli spazi di autonomia degli Stati membri dell'UE nelle decisioni che riguardano i rispettivi Paesi.
Dopo essere stata praticamente azzerata in materia finanziaria e monetaria ( e fiscale!) l'autonomia degli Stati va drasticamente riducendosi, con il consenso convinto dei governi nazionali, anche in materia di programmazione dello sviluppo dei propri territori.

Di fatto anche le decisioni relative agli investimenti, (priorità, termini di finanziamento, fonti e strumenti) ormai vengono delegate alla Commissione Europea che opera sulle disponibilità finanziarie trasferite dagli stessi stati membri (l'Italia ormai da parecchi anni è contributore netto dell'UE, ossia versa più di quanto non riceva). Tutto questo avviene non solo con l'avallo ma anche con la decisiva partecipazione delle autorità governative che ormai trovano più tranquillizzante ( gestibile) fare riferimenti all'UE piuttosto che rischiare in proprio!
L'Europa ormai, lungi dall'essere la culla della civiltà e della cultura trasmessaci dai Greci dai Romani, e' diventata un Moloch senza vilto che controlla e schiaccia ogni conato di resistenza, ogni differenza!
L'obiettivo dei padroni del mondo ( qualcuno conosce il club Bilderberg?) di arrivare al governo unico mondiale è ormai inquadrato.
Forse è il caso di tornare ai comuni, alle città, agli Stati che hanno fatto grande l'Italia, e l'Europa?
Forse e' tornato il tempo di resistere!?
Di Opporsi?!
 
Il documento di economia e finanza licenziato dal Governo è, nonostante le dichiarazioni di ottimismo, un documento che conferma la situazione di difficoltà in cui si muove ancora il Paese. A fronte di  un timido +07 di aumento del pil  stimato per l'anno in corso, gli interventi previsti scontano una persistente difficoltà di natura finanziaria oltre che economica. 
L'attivazione delle clausole di salvaguardia, quelle che prevedono l'automatico aumento dell'Iva, viene scongiurata grazia ai risparmi sugli interessi del debito pubblico (0.4) e sulla (speranza della) revisione della spesa pubblica (06). L'incremento degli investimenti viene previsto in un modestissimo 1.9% mentre l'indebitamento netto viene fissato al 2.6 del pil ed il debito rimane bloccato al 132,5%. Vengono spostati al 2016 e 2017 obiettivi più ambiziosi e comunque  insufficienti a ipotizzare interventi di una qualche efficacia sul contesto. 
I benefici veri vengono affidati al calo del petrolio per quanto concerne il recupero di qualche punto di competitività sui costi  e al deprezzamento del dollaro per le esportazioni, mentre gli obiettivi ( le speranze sarebbe meglio dire) di rilancio più consistenti vengono affidati alle riforme, istituzionali e non, alla lotta alla corruzione ed alla burocrazia nonché ai  contenimenti della spesa pubblica.
In questo scenario non vi sono spazi per interventi mirati e qualificanti ne' per il Paese nel suo complesso, ne' per il Mezzogiorno, la Campania e le altre regioni del Sud nello,specifico. Per queste ultime gli investimenti vengono affidati, ancora una volta, ai fondi strutturali europei ed in particolare i fondi del programma 2014/ 2020 peraltro ancora in fase di avvio. Il Piano Juncker e l'istituzione di un nuovo fondo europeo per gli investimenti strategici che vedrà l'intervento della BEI  dovrebbero colmare il deficit di investimenti pubblici e privati esistente in Europa ed in Italia. Ma anche qui siamo alle proposizioni che attendono di essere attualizzate nei fatti.
E' evidente, dalla lettura del def, come le potestà decisionale  vengano sempre più  spinte fuori dal Paese e concentrate in sede internazionale.  E questo vale non solo per il controllo di bilancio ma, ormai, anche per gli investimenti. Le Istituzioni nazionali diventano sempre più meri esecutori di decisioni esterne, assunte peraltro sulla base di disponibilità finanziarie raccolte dagli Stati Membri con l'imposizione fiscale e trasferite in sede europea.
Conseguentemente ancora una volta è da auspicare una forte volontà di cooperazione tra le regioni meridionali obiettivo coesione, perché programmino e realizzino insieme i loro obiettivi di sviluppo che sono , come noto e ripetutamente sottolineato, la logistica e le grandi infrastrutture euromediterranee con fulcro nel Mezzogiorno, a partire da quelle ferroviarie e portuali,  il rilancio del manifatturiero in una prospettiva di innovazione tecnologica e di mercati, il recupero della cultura e del turismo  ma anche della agricoltura e dei mestieri in chiave di riorganizzazione complessiva dell'economia del territorio, il rilancio dell'istruzione, l'università, la formazione come asset fondamentali per dotare il territorio di risorse umane in grado di farsi carico dello sviluppo del territorio. Purtroppo au questi obiettivi l'intervento del def, al di là delle affermazioni di principio, è assolutamente inconsistente. 
 
Il tesoretto di cui si parla è di fatto una disponibilità assai limitata, ed aleatoria,  di risorse scaturenti  dalla decisione di mantenere un decimale di punto all'interno del deficit di bilancio spostandone la decurtazione agli anni successivi. Non credo che il tesoretto sia in condizione di risolvere questioni di particolare consistenza finanziaria. Esso dovrebbe ammontare più o meno a 1, 5 miliardi di euro. E buchi da colmare ve ne sono parecchi. Non manca l'imbarazzo della scelta.
 
L'occupazione crescerà con l'aumento consistente del Pil ( almeno il 2%) e con l'aumento degli investimenti. Purtroppo l'impressione che emerge leggendo il DEF  è che ci troviamo davanti a scelte scarsamente efficaci su entrambi i fronti. Se non riparte il Pil e se non si riorganizza l'intero sistema della spesa pubblica e' difficile immaginare che investimenti ed occupazione tornino a livelli adeguati.
D'altra parte il def fissa al 2.2%del PIL nel 2019 il livello degli investimenti pubblici. Una percentuale certamente bassa che non compensa affatto  il livello attuale degli investimenti pubblici che è assolutamente depresso da molti anni a questa parte.
 
Ulteriori riflessioni....
 
Ancora una volta il def costringe a fare conti che non tornano né sul fronte degli investimenti né su quello dello sviluppo occupazionale. Risultano infatti insufficienti sopratutto le misure sul fronte degli investimenti e dello sviluppo.
I Provvedimenti riguardanti la deducibilità del costo del lavoro dal calcolo dalla base imponibile dell'Irap per le imprese e l'esclusione dei finanziamenti pubblici locali dal patto di stabilità interno per gli Enti locali, rappresentano dei passi in avanti positivi, certo, ma assolutamente insufficienti a recuperare standard adeguati e negli investimenti privati e in quelli pubblici.
Per correggere le attuali distorsioni bisognerà  porre finalmente mano ad una seria riflessione sullo sviluppo che si vuole perseguire in Europa e nei singoli Stati , ivi compresa l'Italia, e  sul ruolo e sui poteri  dell'Europa nella vita e nella capacità decisionale dei singoli  stati in  materia fiscale, monetaria, finanziaria, del debito pubblico. Certamente va corretta l'attuale impostazione che vede concentrare in Europa le materie e le decisioni funzionali al rafforzamento degli equilibri finanziari e  delle economie del Centro-Nord  Europa a detrimento delle economie del sud Europa.
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Lunedì, 18 Maggio 2015 12:48 Scritto da  In ECONOMIA MONETARIA Commenta per primo!

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